In morte di Steve Jobs

Steve il genio. Steve il sociopatico. Steve l’innovatore. Steve che non voleva essere l’uomo più ricco del cimitero, ma quello che faceva cose meravigliose da vivo. Steve che ce l’ha fatta. Storia breve di un uomo che ha cambiato il nostro modo di fare.

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«Steven Paul Jobs (San Francisco, 24 febbraio 1955 – Palo Alto, 5 ottobre 2011) è stato un imprenditore e informatico statunitense». Così le prime righe di Wikipedia, aggiornata da uno sconosciuto pochi minuti dopo la morte di Steve Jobs. Che forse ha usato un iMac per scrivere quelle righe. O un iPhone per trasmetterle. Che sicuramente ha ascoltato qualche volta su un iPod una canzone scaricata da iTunes e visto a suo tempo Toy Story, lungometraggio di animazione computerizzata prodotto dalla Pixar di Jobs. Come tutti noi, che in qualche modo abbiamo cambiato il modo di fare, e a volte anche quello di pensare, grazie alla sua ostinata voglia di fare prodotti facili da usare, belli da vedere e assolutamente innovativi.

Per il rigoroso formalismo enciclopedico di Wikipedia è stato semplicemente un “imprenditore e informatico statunitense”. È stato immensamente di più.  Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte vi hanno raccontato che è un meraviglioso innovatore, un grande venditore dei suoi prodotti, un sociopatico che divideva il mondo in geni e idioti, un visionario che ha saputo precedere le nostre esigenze, un tiranno dal carattere impossibile. Tutto vero, probabilmente. Ma quello che restano sono prodotti e soluzioni fatti bene e cuciti su bisogni che nemmeno noi sapevamo di avere. Quello che resta è una filosofia guida imitata da molte altre aziende. A beneficio nostro. Le innovazioni sono ottenute grazie al pugno di ferro con i suoi collaboratori, certamente. Ma sono frutto soprattutto della sua rigorosa “weltanschauung” che mai l’ha abbandonato in tutta la sua vita: creare prodotti facili da usare e alla portata di tutti. Ha creato il Mac perché voleva un computer “per tutti noi”, l’iPod  perché amava ascoltare la musica in movimento e l’iPhone perché i cellulari che anche lui doveva usare erano tutti brutti, sgraziati e poco intuitivi.

Gli altri grandi della società dell’informazione, come Bill Gates o Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, hanno probabilmente raggiunto il successo per caso, senza avere le idee ben chiare sin da subito su cosa avrebbero fatto “da grandi”. Steve Jobs no. Sin da quando è entrato nei laboratori della Xerox e ha visto Alto, il primo computer con interfaccia grafica e mouse, ha capito due cose. La prima è come avrebbe dovuto essere il computer per tutti, che si è tradotto prima in Lisa e poi nel Mac.  La seconda è che ci sono aziende e persone che non sanno vedere il futuro. «Se la Xerox – disse in seguito – si fosse resa conto di cosa aveva in mano e avesse saputo sfruttarne il potenziale, sarebbe diventata grande come Ibm, Microsoft e Xerox messe insieme, oltre che l’azienda tecnologica più importante del mondo».  E così, dopo aver fatto i soldi con Apple II, si è concentrato su Lisa. «Un progetto così rivoluzionario che produrrà un’ammaccatura nell’universo» ha detto Jobs all’epoca. Ma viene estromesso dal progetto per beghe societarie e, forse, per il suo carattere eufemisticamente difficile. Però in Apple c’era un’altra iniziativa in corso, tenuta però con la briglia corta per non creare fastidi a Lisa: il Macintosh.  Si concentra su questo progetto, che rappresenta il suo ideale di computer, ma viene allontanato dalla Apple perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. Fonda NeXT, che non vende molti computer ma ha un sistema operativo così buono che sarà il nocciolo del nuovo Mac OS X  quando verrà richiamato alla guida di una Apple ormai allo stremo.

E qui torna sul suo progetto di computer democratico, alla portata di tutti. Facile da usare, innovativo, potente. La sintesi? L’iPad naturalmente. Uno solo tasto. Ma per arrivare a questo non guarda in faccia nessuno e non sbaglia un colpo: iMac, iPad, iPhone, iPad. Gil Amelio, che era alla guida di Apple prima di essere rimpiazzato dal ritorno di Jobs, ha dichiarato: «La Apple ha sempre rispecchiato il meglio e il peggio del carattere di Steve. Jobs la guida con una straordinaria miscela di intransigente sensibilità artistica e superbo senso degli affari. È più artista che imprenditore, ma possiede la brillante capacitò di far fruttare le proprie invenzioni». Un ritratto perfetto.  Il personaggio ha qualche difetto, come scrive Leander Kahney nel libro Nella testa di Steve Jobs (Sperling & Kupfer): «Jobs è un fanatico del controllo, oltre che un perfezionista, un fautore dell’elitismo e un negriero nei confronti dei dipendenti.  C’è chi sostiene che sia una personalità instabile capace di licenziare la gente in ascensore, manipolare i soci e prendersi il merito dei successi altrui». Ma è anche l’uomo che aveva come modelli Edwin Land, lo scienziato che ha inventato la Polaroid e fervido sostenitore dei diritti civili, Ford, che ha reso democratica la tecnologia offrendo a tutti la possibilità di avere un’auto e Bob Dylan e Picasso, che si sono sempre rifiutati di accontentarsi.

Un tipo strano quindi, che era fermamente convinto che la maggior parte delle persone fossero insignificanti, ma che proprio per queste persone ha lavorato tutta la vita creando prodotti che potessero sfruttare al meglio perché semplici da usare. Un uomo che ha sapientemente combinato moda, design, alta tecnologia e marchio. Quando tornò in Apple si accorse che l’azienda non era capace di sfruttare un marchio che secondo lui aveva la stessa importanza di Levi’s, Coca-Cola, Nike e Disney. «Apple è un marchio importante, che indica le persone che pensano fuori dal coro, che vogliono che il computer che stanno usando le aiuti a cambiare il mondo, a creare qualcosa che faccia la differenza e non soltanto a portare a termine un lavoro» ha detto Steve Jobs quando è rientrato in Apple. Ed è nata la campagna pubblicitaria Think Different.

Davvero. Siate affamati, siate folli.

Come Jobs ci ha cambiati

Il talento visionario e la capacità di passare dalle idee ai fatti di Steve Jobs ha cambiato il nostro modo di fare e di pensare, a volte inconsapevolmente. Ecco in che modo è riuscito a inventare il nostro futuro, a volte anche semplicemente prendendo tecnologie già esistenti. Per migliorarle e lanciarle.

Le finestre. In molti credono che Windows abbia copiato da Apple l’interfaccia grafica con le icone e la metafora di una scrivania. Vero. Ma in realtà questa idea era venuta agli ingegneri della Xerox che avevano creato Alto, un computer con un sistema operativo con le finestre, il cestino e anche un programma di videoscrittura. Ma era lento e poco potente e l’azienda abbandonò il progetto dopo aver fatto un tentativo di commercializzazione con Xerox Star. Intanto però Jobs, che aveva vent’anni e aveva già fondato la Apple, tornò in azienda strillando che voleva un nuovo computer con i menu sullo schermo, il mouse, le finestre e tutto il resto. Stava per nascere il computer come lo usiamo oggi.

Il mouse. Anche questo strumento, senza il quale non riusciremo a lavorare, faceva parte del progetto di Xerox, ma costava 300 dollari e durava due settimane. Steve Jobs chiese a Dean Hovey, fondatore dell’azienda di design industriale Ideo, di progettarne uno che costasse 15 dollari, durasse due anni e funzionasse su formica e jeans. Comprò un portaburro, un deodorante per le ascelle con la sfera dentro. E cominciò a pensare al nuovo mouse.

La musica comperata. In un contesto in cui nessuno comperava più i compact disc, anche perché troppo costosi, e preferiva scaricare illegalmente gli mp3 da siti come Napster, Steve Jobs ha voluto iTunes Store, servizio per acquistare online le canzoni a un prezzo decisamente popolare. La facilità d’uso, l’applicazione iTunes multipiattaforma e l’abilità di Steve Jobs nel convincere le cinque maggiori etichette musicali a caricare le canzoni sullo store ci hanno convinto a comperare la musica.

Le App comperate. Stesso discorso per le App, i programmi per iPhone. La pirateria trionfa quando i programmi costano esageratamente cari e hanno meccanismi di protezione che scoraggiano gli acquirenti in buona fede? Steve Jobs ha incoraggiato la vendita di App a prezzi molto bassi. Gli sviluppatori hanno capito che è meglio vendere 100 a 10 che non 10 a 100 e noi spendiamo volentieri il prezzo di un caffè per un giochino o un utility.

Il floppy disk. Nel 1998 Steve Job vuole che l’iMac non abbia il Floppy Disc, ritenuto anacronistico nell’epoca di Internet. Grandi perplessità tra i consumatori. Che oggi non sanno nemmeno cosa sia un floppy disc, anche se è stato il sistema di memorizzazione più popolare per due decenni. Apple ha anche adottato con convinzione la porta Usb messa a punto da Intel.

L’animazione computerizzata. Mentre la Disney si avvaleva della grafica computerizzata con scetticismo e solo per i fondali, Steve Jobs fonda la Pixar per rivoluzionare il settore. Toy Story – Il mondo dei giocattoli è stato il primo lungometraggio d’animazione completamente sviluppato in grafica computerizzata, realizzato dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures nel novembre 1995 (in Italia l’anno dopo). Ha incassato 356.800.000 dollari in tutto il mondo e ha cambiato il nostro modo di guardare i “cartoni animati”.

 

La lettera d’addio

Ai dirigenti e alla comunità Apple: Ho sempre detto che se fosse venuto un giorno in cui non avrei più potuto svolgere i miei doveri e rispondere alle vostre aspettative come amministratore delegato di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere: sfortunatamente quel giorno è arrivato. Mi dimetto da amministratore delegato di Apple. Vorrei continuare a dare il mio contributo, se il consiglio è d’accordo, come presidente, consigliere e impiegato dell’azienda. Come mio successore raccomando fortemente Tim Cook. Credo che i giorni più luminosi e innovativi di Apple siano da venire. E spero di vederli e potervi contribuire in un nuovo ruolo. Ho fatto alcune delle migliori amicizie della mia vita alla Apple e ringrazio voi tutti per i tanti anni in cui abbiamo lavorato insieme. Steve Jobs

 

Il discorso di Stanford

Il 12 giugno del 2005, quando aveva già saputo del suo cancro al Pancreas, Steve Jobs ha tenuto un bellissimo discorso ai neolaureati della prestigiosa Stanford University. Lo potete sentire, con sottotitoli in italiano, a questo indirizzo: www.youtube.com/watch?v=8ogACjJcNzc. Eccone alcuni passaggi.

Oggi vi voglio raccontare tre storie. La prima riguarda il fatto di “unire i puntini”. Io non mi sono mai laureato. Mi sono iscritto al Reed College con tutti i risparmi dei miei genitori adottivi, ma dopo sei mesi ho deciso di mollare perché non vedevo opportunità in quello che facevo. Nel campus, che offriva ottima formazione sulla calligrafica, ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con  calligrafie meravigliose. Fu lì che imparai dei caratteri Serif e San serif, della differenza tra gli spazi che dividono le combinazioni di lettere e di che cosa rende grande una stampa tipografica. Dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Mac anche questo mi tornò utile. Bisogna avere fiducia che tutti i puntini, in futuro, possano unirsi. Dovete credere in qualcosa:  al vostro ombelico, al destino, alla vita, al karma, qualsiasi cosa. La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita. Ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Ho fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Dieci anni dopo era una compagnia due miliardi di dollari con quattromila dipendenti. E sono stato licenziato. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo fondando  NeXT e Pixar. E mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie.

La mia terza storia è a proposito della morte. A diciassette anni lessi da qualche parte una citazione che recitava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”». Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. La morte è l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Una delle bibbie della mia generazione era una rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog. Nell’ultima pagina dell’ultimo numero pubblicato c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish”. Siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio.

Non di soli successi

Sommarietto:  Jobs il visionario ha fatto anche qualche passo falso nella sua meravigliosa carriera. Nella vita ci sono punti da unire per arrivare al futuro, come ha spiegato nel discorso ai neolaureati di Stanford, ma qualche puntino forse rimane isolato.

NeXT (1989). Ne ha venduti soltanto 50.000. Troppo caro per il mercato. Ma il suo sistema operativo gli consente il rientro in Apple. Un puntino unito.

Puck Mouse (1998). Quel terribile mouse rotondo dell’iMac che non si sapeva come impugnare per dare la direzione giusta al cursore.

The Cube (2000). Un Mac desktop a forma di cubo, troppo caro e poco funzionale. Respinto dal mercato.

iTunes Phone (2005). Nato in collaborazione con Motorola doveva essere il primo telefono della Apple in grado di riprodurre le canzoni scaricate da iTunes. Poteva contenere solo 100 canzoni e bisognava trasferirle, con grande lentezza, dal computer.

Apple Tv (2007). Lanciata da qualche anno e in vendita sullo store Apple. Chi ne ha sentito parlare?

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Moreno Soppelsa è un giornalista e fotografo con competenze nella diffusione di contenuti nei nuovi e vecchi canali, dalla carta stampata ai social media, dai siti Web alle App.

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